Crediti inesigibili: come gestire le perdite e proteggere il bilancio aziendale
La gestione dei crediti inesigibili è una prova di maturità per qualsiasi impresa, non stiamo parlando di semplici ritardi nei pagamenti, ma quella situazione in cui un valore attivo iscritto in bilancio rischia di trasformarsi in una perdita definitiva. Per chi guida un’azienda, riconoscere l’inesigibilità del credito serve ad attivare una serie di procedure necessarie per non rimetterci due volte: la prima con il mancato incasso e la seconda pagando tasse su guadagni mai realizzati.
Un debito inesigibile che rimane “sospeso” nei libri contabili è un segnale di cattiva salute finanziaria. Altera la percezione della liquidità reale e impedisce di sfruttare i benefici fiscali che la legge mette a disposizione. Per questo motivo, è essenziale capire quando è il momento di smettere di sperare in un pagamento e iniziare a muoversi per certificare la perdita, recuperare l’IVA e ripulire i conti.
Quando un credito diventa ufficialmente inesigibile?
Stabilire il confine tra un credito difficile e uno inesigibile è il passaggio più delicato. Non basta la parola del debitore che dichiara di non poter pagare, né la nostra sensazione che il recupero sia ormai impossibile. Servono prove che dimostrino l’impossibilità oggettiva di incassare la somma.
In genere, l’inesigibilità si palesa in situazioni molto precise:
- Procedure fallimentari: quando il debitore entra in liquidazione giudiziale o concordato preventivo. In questo caso, la certezza del mancato incasso scatta ufficialmente con l’apertura della procedura.
- Azioni legali senza esito: è il caso tipico in cui, dopo aver ottenuto un decreto ingiuntivo, si tenta un pignoramento ma l’Ufficiale Giudiziario non trova nulla. Quel verbale “negativo” è il documento che certifica che non c’è più nulla da aggredire.
- Prescrizione dei termini: se passano gli anni e il credito non viene sollecitato formalmente, il diritto a riscuoterlo decade. Attenzione però, lasciar cadere un credito in prescrizione senza aver fatto nulla può essere visto negativamente dal fisco, che potrebbe negare la deduzione della perdita.
- Sparizione del debitore: quando l’azienda cliente chiude i battenti, la sede risulta vuota e i titolari sono irreperibili, proseguire con le spese legali diventa solo un costo inutile.
L’aspetto fiscale: dedurre le perdite ed evitare tasse inutili
Uno dei motivi principali per cui si decide di dichiarare un credito come inesigibile è la possibilità di portarlo in deduzione. L’ordinamento fiscale italiano, attraverso il TUIR, stabilisce regole chiare su come e quando le perdite su crediti possono abbattere l’imponibile dell’azienda.
Il principio cardine è che la perdita deve essere supportata da elementi “certi e precisi“. Tuttavia, per evitare che le imprese restino ostaggio di piccoli crediti per anni, esistono delle soglie che semplificano la vita.
Per i crediti di modesta entità (sotto i 2.500 euro, o 5.000 per le grandi aziende) che sono scaduti da più di sei mesi, la deduzione può avvenire in modo quasi automatico, senza dover dimostrare di aver intentato cause milionarie.
Inoltre, la legge riconosce che tentare di recuperare 500 euro spendendone 1.000 in avvocati è un controsenso economico. In questi casi, la prova dell’inesigibilità è legata semplicemente al fattore tempo e all’importo ridotto.
Recuperare l’IVA sulle fatture non pagate
Un altro tasto dolente per l’imprenditore è l’IVA; quando emetti una fattura, lo Stato vuole l’imposta subito, indipendentemente dal fatto che tu abbia ricevuto il bonifico dal cliente. Se quel credito diventa inesigibile, hai però il diritto di riprenderti quei soldi.
Questo avviene tramite la nota di variazione. La normativa si è evoluta e oggi permette di recuperare l’IVA molto più velocemente rispetto al passato. Ad esempio, se il tuo cliente fallisce, puoi emettere la nota di variazione già all’apertura del fallimento, senza aspettare i tempi biblici (spesso decenni) della chiusura della procedura. È un modo per recuperare un po’ di ossigeno e non rimetterci anche l’imposta oltre al capitale.
Come prevenire l’accumulo di crediti difficili?
La migliore gestione dell’inesigibilità è, paradossalmente, quella che cerca di non farla mai accadere. Un’azienda sana non subisce i crediti inesigibili, ma li previene attraverso una strategia di gestione del rischio.
Ecco come ridurre al minimo le perdite:
- Valutazione preventiva: prima di concedere fidi o dilazioni importanti, è vitale controllare l’affidabilità del cliente attraverso visure camerali e report commerciali.
- Monitoraggio costante: non bisogna aspettare mesi prima di sollecitarne il pagamento. Un monitoraggio puntuale delle scadenze permette di intervenire ai primi segnali di crisi del cliente.
- Accordi di rientro: se un cliente è in difficoltà ma dimostra buona volontà, meglio un piano di rientro scritto e firmato subito che una causa lunga e incerta domani. Un piano firmato vale come riconoscimento del debito e accelera eventuali azioni legali.
- Cessione dei crediti: in certi casi, vendere i crediti difficili a società specializzate (pro-soluto) può essere la scelta migliore. Incassi subito una percentuale minore, ma elimini il rischio di non vedere nulla e pulisci immediatamente il bilancio.
L’impatto sul bilancio e la fiducia delle banche
Un bilancio pieno di crediti che non verranno mai incassati è un bilancio debole. Le banche e i potenziali investitori guardano con molta attenzione alla qualità dei crediti. Se l’attivo circolante è gonfio di posizioni scadute da anni, il rating dell’azienda peggiora inevitabilmente.
Svalutare correttamente i crediti e portarli a perdita quando necessario è un segno di serietà gestionale. Un bilancio trasparente, dove i crediti inesigibili vengono trattati con rigore, trasmette sicurezza e affidabilità al mercato.
Oltre alla pura questione di immagine, entra in gioco un fattore tecnico determinante e cioè il flusso di cassa prospettico. Gli istituti di credito, attraverso l’analisi della centrale rischi e dei bilanci, valutano la capacità dell’azienda di trasformare i crediti in liquidità entro tempi certi.
Se l’attivo è “inquinato” da crediti non esigibili, i parametri di Basilea impongono alla banca di declassare il merito creditizio dell’impresa, riducendo le linee di credito o aumentandone i costi (spread più alti). È quindi necessario fare una mossa difensiva per mantenere intatto il potere contrattuale nei confronti dei partner finanziari e assicurare all’azienda le risorse necessarie per gli investimenti futuri.
Come gestire un credito difficile
Il processo deve essere documentato in ogni sua fase, poiché sarà proprio questa traccia cartacea a giustificare la successiva deduzione fiscale davanti all’Agenzia delle Entrate. L’iter corretto si sviluppa solitamente attraverso questi passaggi:
- Sollecito e gestione stragiudiziale: al superamento della scadenza, il primo passo è il contatto diretto (telefonico o via mail). Se l’insoluto persiste, è obbligatorio l’invio di una diffida ad adempiere tramite PEC o raccomandata A/R. Questo atto è fondamentale perché interrompe i termini di prescrizione e mette ufficialmente in mora il debitore.
- Valutazione della solvibilità: prima di investire in avvocati, l’esperto esegue una verifica patrimoniale. Ha senso procedere se il debitore possiede immobili, conti correnti attivi o crediti verso terzi. Se l’analisi rileva un’assoluta assenza di beni (o una pletora di altri creditori già in fila), si può già valutare l’interruzione dell’iter per anti-economicità.
- Il ricorso per decreto ingiuntivo: se il credito è certo e supportato da prova scritta (fatture, contratti, bolle di consegna), si richiede al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo. Una volta ottenuto e notificato, il debitore ha 40 giorni per pagare o fare opposizione.
- L’esecuzione forzata e il pignoramento: se il decreto diventa esecutivo e il pagamento non arriva, si procede con l’atto di precetto e il successivo pignoramento. È qui che si gioca la partita finale: se l’esito è positivo, il credito viene recuperato; se è negativo, si ottiene il verbale di pignoramento infruttuoso, il documento definitivo che sancisce l’inesigibilità ai fini fiscali.
Ricordiamo che in questo percorso fa la differenza la rapidità, e lasciar trascorrere troppo tempo potrebbe dare modo al debitore di svuotare i conti, o ad altri creditori, di arrivare prima.
Domande Frequenti (FAQ)
1. Cosa succede se un credito portato a perdita viene incassato in futuro?
Se un credito già considerato inesigibile e dedotto fiscalmente viene pagato dal debitore in un esercizio successivo, l’azienda dovrà registrare una sopravvenienza attiva. Questa somma concorrerà alla formazione del reddito imponibile nell’anno dell’incasso, pareggiando così il beneficio fiscale ottenuto in precedenza.
2. È obbligatorio fare causa al debitore per dedurre un credito?
No, non è sempre necessario. Per i crediti di modesta entità (sotto i 2.500 o 5.000 euro a seconda del fatturato) scaduti da sei mesi, la deduzione è automatica. Per importi superiori, è possibile evitare l’azione legale dimostrando l’antieconomicità del recupero o l’evidente stato di insolvenza del debitore.
3. Qual è il termine ultimo per recuperare l’IVA su un’insolvenza?
La nota di variazione in diminuzione per il recupero dell’IVA può essere emessa a partire dalla data di apertura delle procedure concorsuali. Il termine ultimo per esercitare il diritto alla detrazione è solitamente la scadenza per la presentazione della dichiarazione IVA relativa all’anno in cui si è verificato il presupposto per il recupero.
4. La prescrizione permette sempre la deduzione fiscale della perdita?
Non automaticamente. Sebbene un credito prescritto sia civilisticamente inesigibile, l’Agenzia delle Entrate potrebbe contestare la deduzione se ritiene che l’azienda abbia lasciato prescrivere il diritto per negligenza o per favorire il debitore, considerandola una liberalità non deducibile.
5. In che modo i crediti inesigibili influenzano il prestito bancario?
Un’elevata incidenza di crediti scaduti o inesigibili deteriora il rating creditizio. Le banche percepiscono un rischio maggiore sulla qualità dell’attivo circolante, il che può portare a una riduzione degli affidamenti concessi o all’applicazione di tassi di interesse più onerosi (spread elevati).










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